Lo Sbarco dei Sogni

Cristina Canino

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Biodanza: La saggezza e la follia di "danzare" la vita con Cristina Canino

Cristina Canino 001Cristina Canino nasce a Napoli il  22 febbraio 1981 dove tuttora risiede ed opera.

E’ dottoressa in psicologia, insegnante titolare di Biodanza, sistema «Rolando Toro». Da sempre è appassionata di danza, studiosa del movimento umano, delle potenzialità creative e delle dinamiche di gruppo.

Acquisita la Maturità Classica presso il Liceo Classico Statale di Napoli “Vittorio Emanuele II”, si iscrive alla seconda università di Napoli conseguendo la Laurea in Psicologia.

 

LO SBARCO DEI SOGNI

Rubrica di

LETTERATURA, MUSICA, ARTE , CULTURA, SPETTACOLO, SPORT

a cura di Mauro ROMANO

Biodanza: La saggezza e la follia di "danzare" la vita con Cristina Canino

Cristina Canino 001Cristina Canino nasce a Napoli il  22 febbraio 1981 dove tuttora risiede ed opera.

E’ dottoressa in psicologia, insegnante titolare di Biodanza, sistema «Rolando Toro». Da sempre è appassionata di danza, studiosa del movimento umano, delle potenzialità creative e delle dinamiche di gruppo.

Acquisita la Maturità Classica presso il Liceo Classico Statale di Napoli “Vittorio Emanuele II”, si iscrive alla seconda università di Napoli conseguendo la Laurea in Psicologia.

Possiede un’ottima conoscenza della lingua francese, perfezionata con diversi soggiorni a Bruxelles. 

 Nel biennio 2010-2011 effettua il Tirocinio annuale post lauream presso l’Unità Operativa di Psicologia Clinica e di Formazione Psicodinamica di Napoli.

Ma Cristina non si ferma certamente qui poichè, nello stesso biennio realizza la Specializzazione presso il Centro studi Biodanza a Bologna in «Biodanza, voce e percussioni» e successivamente in «Biodanza per bambini, adolescenti e portatori di handicap»

I suoi studi e le sue attitudini la portano già nel 2008 ad operare professionalmente nel servizio civile, con orientamento al recupero socio educativo dei bambini del quartiere di Forcella a Napoli : esperienze con giochi , musiche e danze con ragazzi dai 5 ai 12 anni.

Nel 2009-2011 opera la conduzione di un gruppo di Biodanza nel Cilento e nel contempo promuove  seminari di biodanza in natura sia nello stesso Cilento che nella Foresta Regionale di Cuma, all'interno della rassegna di eventi promossa dalla Regione Campania ed intitolata «Il Bosco e la Duna».

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Anche il biennio 2010/2012 non rimane inoperoso per la Canino che conduce 2 gruppi di Biodanza per adulti a Napoli presso l’associazione «Chiaradanza» e associazione sportiva «Wave» e uno di Biodanza Clinica per disabili presso associazione «AIAS» di Soccavo.

Lo scorso 12 aprile 2012, nell’ambito dell'evento dal titolo «Poesia: trasformazione di un dolore in intense emozioni», incontro-dibattito sul dilagare della violenza sulle donne, organizzato dalle Associazioni «Progetto Solidale Donne», «Pegasus», «La Città Possibile» presso la Biblioteca Caccioppoli di Napoli, interviene col lavoro dal titolo «Creatività : donne e poesia»

Cristina Canino 003Il 28 giugno 2012 è moderatrice alla presentazione dei libri di Lucia Gaeta, Maria Ronca e Michela Orsini, presso la Biblioteca Comunale «Labriola» di San Giovanni a Teduccio (Na), arricchendo l’assemblea di un pregevole ed apprezzatissimo  intervento dal titolo «Riflettendo sulla Bellezza. Arte e Movimento solidale alla vita».

Ed è appunto la testimonianza della giovanissima poetessa Michela Orsini a rendere ancora più esplicita la validità della funzione di queste persone che operano nel modo giusto nel sociale.

Eccola: «La dottoressa Canino ti entra nell'anima con i suoi occhi profondissimi e ti fa desiderare la stessa tranquillità che lei stessa emana, appagandola in quei momenti d’incontri così profondi … che invitano l’attento osservatore a continuare su questa linea di condotta anche nell’appronto delle variegate problematiche del quotidiano. E' un’ottima catalizzatrice verso la serenità. Lei  per raggiungerla usa la biodanza; nient'altro che un ritorno ad aver fiducia in sè stessi ed in chi ci sta attorno».

 

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E’ di pochi giorni fa, il 17 novembre 2012  la sua attiva partecipazione al ciclo di incontri sulla donna, intesa in tutte le sue sfaccettature, presso la libreria Paginaotto a Napoli. Suo l’intervento organizzato dall'associazione Progetto Solidale Donne dal titolo «Donna e Madre», che appresso riporteremo integralmente.

 

Cristina Canino: «Io e la Biodanza»

Fin dal mio primo approccio con la psicologia, prima di conseguirne la laurea, ho apprezzato e approfondito le teorie di Wilhelm Reich, il primo psicoanalista ad avere dato una dimensione corporea alla psiche, cui ho affiancato quelle del suo allievo Alexander Lowen fondatore della bioenergetica.  Nel 2000 inizio un training bioenergetico, grazie al quale comincio ad entrare in rapporto e non solo teorico, col mio corpo e con il suo linguaggio.   Nel 2005 incontro per la prima volta la Biodanza a Bruxelles e me ne innamoro subito. Di ritorno a Napoli decido di intraprendere il percorso di formazione alla scuola «Rolando Toro» di Napoli e parallelamente seguo regolarmente il corso settimanale con Gill Piras - Direttore della Scuola di Roma. Da allora ho seguito stages in diverse città d’Italia e del Belgio. La «Biodanza» ha ridefinito quella che era la mia visione della vita. Vicina alla musica da sempre, grazie a papà che era un musicista di chitarra classica, con «Biodanza» ri-scopro il piacere di danzare. Un danzare che non è coreografico e che non ha nessun scopo se non quello di ritrovare il piacere di muoversi lasciando che la musica entri nel corpo e segua il suo flusso naturale attraverso un movimento semplice e sentito.

E’ dall’unione dibios’ – dal greco ‘vita’ – e della parola danza , -  in francese movimento pieno di significato -  che nasce il senso della «Biodanza», letteralmente «Danza della Vita». Nata negli anni ’60 in Sud America da uno psicologo antropologo cileno, e praticata da migliaia di persone in tutto il mondo, Biodanza è un sistema d’integrazione corporea che tende attraverso semplici esercizi e danze, a favorire lo sviluppo armonioso delle nostre potenzialità. Sulle note di musica di vario genere, latina, pop, jazz, classica, selezionata con criterio secondo una precisa semantica musicale, ciascun partecipante alla sessione è invitato da solo, in coppia ed in gruppo a danzare e a muoversi liberamente.

Attraverso esercizi generati dall’unione Musica-Emozione-Movimento, la Biodanza favorisce una progressiva apertura alla vita, un’espressione sentita e reale delle proprie emozioni, permettendo di scaricare stress e tensioni e portando armonia e leggerezza nel corpo e nella mente.

La Biodanza viene anche utlizzata con successo in varie realtà sociali e cliniche sia italiane che estere, istituzioni scolastiche, imprese, ospedali, nel trattamento di individui affetti da disturbi e malattie psicosomatiche; a persone con disturbi mentali; a individui diversamente abili sensoriali (ipoacustici, non vedenti), a individui affetti da disturbi gastroalimentari, alimentari, da diabete, da osteoporosi, da ipertensione arteriosa sistemica, da cardiopatie, da sindrome di Parkinson, da neoplasie, da AIDS, da tossicodipendenze.

E-mail : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Sito :http://biodanzanapoli.wordpress.com

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Quando faccio biodanza mi sento veramente viva !

 

Quanto e come mi sento vivo? Biodanza come strada maestra verso l'inconscio vitale. A me sembra straordinario sentire le persone dire: "Quando faccio biodanza mi sento veramente vivo"... Ed è di questa ordinaria straordinarietà che vorrei parlarvi; di questa cosa cui forse noi non diamo una grande importanza, il sentirsi vivi. Una persona può arrivare alla classe di biodanza molto depressa, molto stanca e uscire e dire “e ora che si fa? " … “dove andiamo?". Che cosa è successo in quelle due ore circa? Forse la vivencia, di cui tanto parliamo in biodanza, quell'attimo intensamente ed intimamente vissuto del qui ed ora, ha mosso, ha smosso qualcosa. Si è forse rinnovata la connessione con la vita?

 

Rolando Toro fu ispirato dalla lettura del libro: "La funzione dell’orgasmo" di Reich, in una frase Reich dice che l’inconscio è il nostro corpo. Il corpo ha uno psichismo autonomo represso, è un inconscio vitale: è totalmente inconscio il processo dei battiti cardiaci e altri processi involontari. Esiste uno psichismo biologico inconscio che non possiamo maneggiare.

Nello psichismo la cellula ha memoria, riconosce il nemico, le cellule comunicano fra loro a distanza, divorano il nemico, quando non possono distruggerlo scappano. L’accesso allo psichismo è la funzione endochimica, lo stato d’animo e il benessere cenestesico. Le cellule obbediscono all’autoritarismo dell’unità, ricevono l’ordine di morire e muoiono. Si convinse così che, oltre all'inconscio personale di cui ci parla Freud e oltre all'inconscio collettivo di Jung, esistesse uno psichismo organico, o cellulare che egli denominò Inconscio Vitale. Un inconscio appunto pieno di Vita, di cellule, pronte ad aiutarci in ogni momento. A rendere viva la nostra vita. Un inconscio su cui egli diceva è bene non intervenire con l'elaborazione, con l'immediata interpretazione ma lasciare che esso sia raggiunto attraverso l'esperienza della Vivencia. La vivencia, l’essere presente qui ed ora in ciò che viviamo. SENTIRSI VIVI !!! Ed è proprio attraverso vivencias integranti che l'individuo può accedere a questo inconscio. Perché é la vivencia, (e non solo quella che vivo, allenandomi nella classe di biodanza) è quella che parla alle cellule, al sistema immunitario, al nostro umore endogeno. E' la vita stessa che si cura di essere viva: nonostante io non voglia, la vita dentro di me chiede di vivere, vuole sorgere.

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Nella vivencia, dentro l'incontro di uno sguardo, dentro un abbraccio, avvengono nell'arco di pochi attimi, secondi, minuti, milioni di queste piccole consapevolezze, che a volte ci illuminano, ci sbalordiscono per aver colto l'essenza dell'umanità, l'intensità di uno sguardo, l'intensità del fuoco di una danza, del piacere cinestesico in un'altra, e anche quando non ci raggiungono nella coscienza immediata, anche se al momento non ci sbalordiscono, l'informazione comunque arriva, e noi ci nutriamo.

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Qui di seguito alcune modalità messe a punto dal Prof. Rolando Toro per accedere al nostro inconscio vitale:
· Carezze e erotismo.
· Giochi (humor e risa).
· Alimentazione.
· Legame con la natura.
· Regressione mediante trance di sospensione.
· Medianicità per identificarsi con la musica per mezzo della danza.
· Massaggio non diretto alla muscolatura, ma alle sensazioni cinestetiche.
· Bagni di mare.
· Bagni di fango.
· Regressione tramite la Biodanza acquatica.
· Risvegliare gli istinti tramite danze primitive.

Se noi diamo per accettato che le cellule hanno un loro psichismo, una loro psiche, una loro mente, un loro modo di apprendere, memorizzare, comunicare, scegliere, se eleggo per affinità le cellule con cui aggregarmi e quelle da cui allontanarmi, certe malattie, certe situazioni, i corpi estranei, le cellule sembra che abbiano queste facoltà, e allora se hanno queste facoltà, questa memoria, quest'informazione, allora non possono rappresentare un inconscio che è dentro di noi, un'informazione che è dentro di noi, dentro la vita stessa e che è l'espressione della vita stessa?

Ed ecco comparire in un'epoca in cui si ha tanta paura di noi stessi, delle nostre emozioni, quelle che ti sfuggono, che non riesci a gestire, una nuova strada maestra verso l'inconscio. Un inconscio non accessibile con le normali tecniche psicoterapeutiche come magari potrebbero essere per l'inconscio individuale. Per esempio, nell'inconscio individuale freudiano si utilizza il parlare di sé, ognuno ripercorre le sue tappe della vita attraverso i sogni, l'interpretazione dei sogni, le associazioni libere, e si cerca di scoprire qual è la propria parte inconscia personale, la propria storia d'infanzia, la storia affettiva, i rapporto con la sessualità. L'inconscio collettivo elaborato da Jung si nutre invece dell'archetipo, di immagini generali, di sensazioni, qualcuno li chiama campi energetici. L'inconscio collettivo ci parla di archetipi, di immagini collettive che non appartengono all'individuo singolo, ma all'umanità intera che ci accomuna, e non appartengono solo all'umanità attuale, ma alla storia dell'umanità intera e che ci trasmettiamo in eredità attraverso un processo psichico come le cellule si passano in eredità l'informazione in esse contenuta.

C'è quindi una nostra intelligenza originaria della vita che portiamo in ogni cellula. L'inconscio vitale si manifesta innanzitutto attraverso la nostra corporeità, il nostro corpo, lo stato di salute generale, la situazione cinestesica del corpo che si muove, che sente piacere, il senso di benessere con le nostre funzioni organiche. Spesso non sono percezioni forti, è difficile sentire ad esempio come sta funzionando il nostro apparato digerente, ma tante volte si fa sentire perché funziona male; ma quando funziona bene, non diciamo "il mio inconscio vitale sta bene", semplicemente non lo sentiamo, pensiamo che è una cosa scontata, ed invece è in uno stato di armonia, funziona bene, e se funziona bene una parte del corpo, funzionano bene tutte le funzioni vitali che sono in me contenute. Se io ho un buon umore endogeno, probabilmente è il mio sistema vitale, il mio inconscio vitale che sta vivendo un momento di benessere, e non si accede a questo attraverso il ragionamento, attraverso l'analisi, ma vi si accede attraverso un abbraccio, un sorriso, attraverso la danza che ti fa sentire vivo. Quando noi abbracciamo una persona, non è che abbracciamo 60kg di peso corporeo fatto di carne, ossa, ma stiamo abbracciando un sistema vivente e in quel momento le cellule che stiamo abbracciando, con i baci che stiamo dando a quella persona, vengono toccate in maniera sana; una persona che si sente accarezzata, che si sente erotizzata, che si sente rivitalizzata da una danza inebriante trasmette tutte queste informazioni a tutto il suo organismo che è come se gioisse, come se venisse nutrito.

Cristina Canino 008L'umore endogeno è qualcosa che normalmente usiamo nel linguaggio comune: "Sono di buon umore", però nessuno è mai riuscito a capire cos'è che ti fa stare di buon umore, cos'è che ti fa stare di cattivo umore, sono cose molto inafferrabili; si ipotizza che c'è un umore di fondo che ci caratterizza per motivi genetici innanzitutto; ci sono persone che nascono con un'indole depressiva perché probabilmente vengono da una famiglia tendente alla tristezza, alla depressione, però ci sono anche tutta una serie di situazioni che possono seriamente influenzare. Pensiamo ad esempio al nostro umore, a come può cambiare totalmente dopo la telefonata di una persona, dopo aver visto durane l'arco di una giornata, e queste cose sono accessibili in una maniera un po' misteriosa, ma la biodanza cerca attraverso la vivencia di toccare queste parti, parti sane, vitali, cercando di rinforzare le sensazioni di allegria, di benessere, le sensazioni di comunione, dello stare insieme.

Ma quanto siamo in contatto reale con la vita? Quanto riusciamo a sentirla?

Noi sappiamo cogliere la vita nella tenerezza di un bambino, ci incantiamo, lì vediamo la vita che sta per sbocciare, ma c'è stato un maestro buddista che ha preso un foglio e ha detto: ”Guardate, in questo foglio c'è tutto l'universo”. Noi siamo abituati a vedere in un bambino l'universo, ma in un foglio di carta c'è tutto l'universo. Noi stessi siamo l'universo. Siamo le stelle da cui discendiamo, siamo la vita stessa.

Cristina Canino, insegnante  collaboratrice della scuola di formazione per docenti di biodanza di Napoli, diretta da Flavio Boffetti, è presidente della neonata Associazione Biodanza Napoli che si propone di portare fuori quello che è il messaggio di questo nuovo linguaggio, curandone la diffusione atttraverso corsi settimanali, stages  e seminari. Significativo, in merito,  l’incontro organizzato nell'ambito della rassegna regionale «Il Bosco e la Duna» che privilegiava l'educazione e l'apprendimento attraverso incontri e dibattiti e collaborazioni con altre associazioni presenti sul territorio. Tra queste ricordiamo «Progetto Solidale Donne», coi componenti della quale è in atto una proficua e valida collaborazione.

Ma niente può spiegare ed avvalorare il concetto meglio dei suoi stessi interventi alle numerosissime iniziative che la stessa Canino promuove o che aderisce a iniziative «sorelle». Ne riportiamo, di seguito, alcuni tra i più recenti e significativi.

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Donna e madre – donna madre

Dall’intervento alla Libreria PAGINA8 a Napoli. CICLO INCONTRI DONNA: DONNA E MADRE Intervento alla Libreria PAGINA8 a Napoli.

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Quell’ “e” congiunzione che si trova nel titolo di questo incontro “Donna e Madre” e che è messa lì  per unire due parole, a me sembra che quasi divida da un certo punto di vista la donna dalla madre. E poiché come solitamente dico, mi piace armonizzare, trovare l’armonia, il mettere insieme, mi piace qui sottolineare che forse un’ unica frase Donna madre sia la possibilità di integrare e di mettere insieme due parole che possono essere la stessa cosa: se solo immaginiamo una donna che è madre ed una madre che sia donna allo stesso tempo. Ed ecco che immaginare la completezza è già un primo passo per realizzarla. 

Jean Bolen è una psichiatra e analista junghiana che si è occupata di psicologia femminile, di movimenti in America relativi ai diritti delle donne. Propongo di leggere questo testo “Le dee dentro la donna” perchè oltre ad essere di facile lettura, anche per i non addetti … è interessante rifarsi un po’ al passato, in questo caso mitico per vedere un po’ com’è questo presente e come ce lo immaginiamo questo futuro.  Ora qualcuno può chiedersi: Come possono le dee antiche, aiutarci ad analizzare la nostra realtà moderna o a realizzare un futuro di parità? Ma noi sappiamo bene che è dall’analisi della storia, compresa quella nostra personale che cominciamo a vederci chiaro, a raggiungere la consapevolezza dunque la libertà di agire.

Nel suo testo l’autrice rivisita le storie delle dee greche, dei miti greci, ed infatti vi ritroviamo in un  linguaggio fluido raccontate le storie di Artemide, famosa dea della caccia, di Atena, di Estia, di Era , di Persefone e di Demetra e Afrodite di cui vorrei ora parlare con voi. Secondo l’autrice queste dee che esitono dentro di noi, come dei modelli archetipici. Cos’è un modello archetipico? E’ un modello un’immagine, che fa parte di quello che Jung chiamava inconscio collettivo:ora immaginiamo che oltre ad avere un inconscio personale, come quello freudiano, che racchiude  la nostra storia personale con le nostre dinamiche infantili, la nostra cosiddetta “biografia personale”, esista uno spazio, un mare, un patrimonio comune a tutta l’umanità. Alla vita di noi tutte.

Demetra, la madre di Persefone, nutrice, la donna che cura. La madre. Ora, secondo l’autrice, esiste una Demetra in ognuna di noi. Eppure ci sono momenti nei quali forse noi donne vorremmo sviluppare quel senso materno di cui tanto sentiamo parlare e tutto ci sembra così lontano. E allora come sviluppare Demetra? Come cominciare a sentirci madre?

Intanto diventando madre di noi stesse. Cominciare a porci domande “E’ veramente questo quello che voglio in questo momento della mia vita” Ho abbastanza tempo ed energia per farlo? Mi piace come il mio compagno mi tratta? Mi sta bene? Ora vado a dirglielo!” Ecco, forse domandarci quello che ci piacerebbe sentire dalle parole di nostra madre ma che ora che siamo adulte possiamo dire a noi stesse. Esprimerci. Riconoscerci come donna che cura , che guarda i bambini, bambini che magari fino a poco tempo prima ci erano indifferenti, incominciare non so “improvvisamente” ad incantarsi davanti ad un negozio che vende cose per bebè o qui in libreria davanti alle favole o ai libri animati. Ma soprattutto avere cura di noi stesse. Dunque nutrire e coltivare i propri spazi vitali,  che non sono solo la pizza il sabato sera con le amiche, ma trovare un momento per pensare unicamente a sé. Le donne Afrodite  l’autrice lo spiega bene le ritroviamo invece in tutte quelle donne che passano molto tempo fuori casa, da quelle che passano magari da una storia all’altra perchè rifuggono dalla stabilità. Non troveremo mai un’Afrodite che esce senza badare bene a ciò che indossa, alla sua cura estetica. E allora queste donne son lì che si truccano … si fanno belle …  escono … pub … birra e poi? Tornano a casa … più sole di prima!

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Però Afrodite è la dea della bellezza e dell’amore, e noi donne siamo bellezza e siamo amore. Per cui coltivare Afrodite, significa coltivare la nostra bellezza, la capacità per esempio che abbiamo di incantare, di sedurre, di attirare a noi l’uomo che ci piace. Farsi fare un massaggio, curare il proprio corpo, la nostra casa che un giorno ospiterà la nostra creatura. Coltivare anche la nostra sfera sessuale. L’afrodisiaco viene proprio da Afrodite e riguarda la nostra vita erotica. Ecco che Afrodite ci insegna a non avere paura della nostra potenza sessuale, della nostra sensualità. E integrarla con la nostra intimità. Altrimenti vivremmo una sessualità scissa dall’affettività. Ma qui stiamo parlando di come integrare il nostro essere donna madre. Affettività dunque legata alla sessualità, cura, istinto. Afrodite Demetra, Donna Madre.

Dare spazio a tutto questo ma darci spazio. Sentirci belle, degne d’amore che non è poco e donne che curano, che curano dapprima il loro spazio. Conosco madri che hanno speso la vita a fare solo le madri e del loro spazio  resta davvero molto poco, ed ecco che poi i figli crescono,lasciano il nido come è giusto che sia, arriva la menopausa … e tac … arriva la depressione. Perchè? Perchè abbiamo vissuto solo in funzione dell’altro. E’ vero che il bambino deve staccarsi dalla madre ma anche noi siamo coinvolte in questo processo di differenziazione come lo chiamerebbe qualche autrice. Si dice che, grazie al rito di Demetra, nacque la cultura matriarcale, poiché l’unica cosa che era evidente per l’essere umano era che la vita nasceva da una donna; molto più tardi si resero conto, con l’osservazione, che il maschio aveva una partecipazione in questo processo, ma prima si pensava che la femmina desse la vita per la sua connessione con la terra e la luna. 

Ma la parola matriarcato non mi piace, mi “sa” di potere e allora preferisco usare la parola matricentrismo, che letteralmente significa madre al centro e che parla di un ordinamento a partire da un punto di vista femminile. La donna è madre, è generatrice, la natura è la grande madre che ha generato tutto, incluso la donna. In un primo momento l’uomo ha riveritola natura perché ha riconosciuto in lei una natura divina ;gli indios sudamericani onorano la Pachamama come la madre terra. Oggi si vede la natura come qualcosa da cui si può prendere tutto senza rispetto, senza un ritorno. E’ ora che si  risvegli sempre più la nostra coscienza ecologica per cui si vuole curare la natura,una coscienza che non sente differenza tra me donna e me natura. Un unico Eco-sistema.

Scoperte archeologiche molto antiche ci dicono  che nelle ere preistoriche,  il femminile era valorizzato alla pari del maschile, il maschilismo, è subentrato ad un certo momento dello sviluppo dell’umanità, poi si è molto accentuato quando il cristianesimo si è strutturato nella forma della chiesa, prendendo come modelli quelli dell’impero romano, ed applicando i propri concetti religiosi sulla struttura organizzativa dell’impero romano, e da quel momento il femminile è stato molto demonizzato; l’anno scorso è uscito un film “Agorà”di un giovane regista spagnolo, che racconta la  storia di Ipazia, che era una donna del passato, una pensatrice, che a livello delle sue scoperte e intuizioni potrebbe essere paragonata a Leonardo da Vinci,  è stata una grande filosofa, eppure quanti di noi la conoscono, con tutto il rispetto e l’amore che nutro per pensatori quali Socrate, Platone e artisti quali Raffaello, Michelangelo non dobbiamo dimenticare che abbiamo vissuto una grande fetta di storia in cui il femminile è stato preso dal maschile. Si dovrebbe tendere ad un equilibrio di rispetto reciproco e di valorizzazione reciproca dei generi.

Io sono molto grata a Valentina (Castellano) titolare della libreria e donna madre coraggiosa, per averci dato oggi la possibilità di incontrarci qui, tra donne, anche di diverse età per confrontarci, per avere un luogo come lei mi spiegava dove non solo si vendessero libri ma si creasse insieme. Oggi ci sono pochi spazi sociali, esterni,  io conduco gruppi di biodanza, all’interno dei quali do molta impotanza alla cura del gruppo, della condivisione, dell’incontro. Eppure credetemi è così difficile fare rete. Anche se poi ci si riconosce, proprio come è successo con Rosanna, che ho definito scherzando l’ altro giorno “donna progetto solidale”, presidente dell’Associazione Progetto Solidale Donne che lotta anzi non mi piace la parola lotta, che accompagna le donne in particolare le donne separate ma non solo in un percorso di cura verso se stesse, con degli sportelli di ascolto, supporto psicologico e legale.

Cristina Canino 012Io e Rosanna, ci siamo incontrate ma sono sicura che molte di noi si incontrano; ci si riconosce forse per affinità, per quel filino di vita che va oltre quello che è il mio ruolo, il vestito che indosso, il quartiere dal quale provengo. Per quella vita che sentiamo volersi esprimere insieme. E forse insieme la mia voce con la tua ha un’eco migliore. E allora che ben vengano incontri come questi. In cui io parlo, ma nello stesso tempo mi nutro della vostra attenzione delle vostre domande se ci sono, dei dubbi che possono nascere. Viva i dubbi e lontano da me le persone che non ne hanno. Il dubbio sapete ci può mettere in crisi ma crisi significa passaggio e allora che ben venga semmai che io da questo stato passi ad un altro,migliore, che mi faccio artefice e protagonista della mia vita, senza subire, aggredendo … avvicinandomi ai miei istinti e ricercando ciò che mi fa stare bene. Un ambiente come stasera pieno di eco fattori positivi. Che poi mi restano dentro, come tanti semi che a poco a poco germoglieranno e si faranno sentire. Luoghi ed incontri come questi, dove ridare vita alla nostra vita. E inevitabilmente alla vita dell’altro. Più che dare la colpa alla società che a volte sembra esser un qualcosa lontano da noi: c’è stato un bambino in una classe di biodanza che mi ha chiesto giustamente “Cos’è la società?” Quella siamo noi e la cambiamo a partire da noi. Dai nostri ritmi. Sì è vero, lì fuori sono alienati. E l’alienazione ci vede lontani da noi stessi. Ma partiamo da noi, noi possiamo avvicinarci, al nostro sentire e arrivare all’elaborazione di questo sentire che mette in atto tutta una serie di meccanismi pro-vita … pro-incontro … pro-scambio.

Cristina Canino 013Basta starcene soli! Sentivo i negozianti del quartiere che vogliono creare un’associazione tra loro tutti e unirsi e perché non partire anche noi? Il nostro corpo lavora assieme in sinergia: quando mi ferisco, migliaia di cellule vanno in aiuto per ripristinare la mia parte malata. Perché non entriamo anche noi in questa ottica? Ho bisogno di te, ok … vengo e te lo chiedo. Umiltà. Siamo donne … esseri ricettivi e sensibili. Chiediamo, non abbiamo paura di chiedere. E’ vero, fuori non abbiamo possibilità, non viviamo una civiltà che valorizzi la donna la maternità, (non valorizza in genere!) come fanno le civiltà contadine; mancano ancora tante strutture di assistenza, del bambino, manca ancora tantissimo e potrei stare qui ad urlare o a lamentarmi di come negli asili nido, nei campi estivi e a scuola si usi ancora il fischietto! Potrei, ma non voglio. Non voglio più urlare e protestare come fanno i bambini. Siamo donne adulte. Partiamo da noi. Dal curare noi stesse. Forse non sarà tutto perso. Un grazie a tutti i presenti e alla mia collega Giuliana Buongiorno con il suo bell’ intervento, ironico e provocatore che ha dato vita ad una bella e fervida comunicazione! Per chi vuole farsi un giro e conoscere da vicino la coloratissima libreria e parlare con Valentina, si deve recare in via Lepanto,74. Per chi vuole conoscere l’Associazione Progetto Solidale Donne contatti me o Rosanna Scuotto, presente anche su Fb alla pagina Progetto Solidale Donne.  17.11.12  (Cristina Canino).  

La Foresta amica che danza …

Cristina Canino 014Nella splendida cornice della foresta di Cuma ancora una volta (la terza in questa stagione) si è svolto l’evento di biodanza in natura. Dieci persone si sono incontrate nella musica e nella danza. Alcune di loro già si conoscevano, altre no. E’ stata la magia del posto, il poter tornare a sentire nuovamente il profumo della terra e la brezza del mare ad avvicinarle un po’ di più a quell’essere naturali, spontanei e liberi di incontrarsi. Con la biodanza, definita dal suo creatore Rolando Toro la poetica dell’incontro umano, si sperimenta ogni volta questa sottile e profonda magia dello scoprire che poi nell’altro c’è tutta quella diversità che arricchisce, la diversità che fa la differenza. La VERA differenza, che promuove e muove verso la vita. Proprio come nella natura, anche in biodanza si assiste a un continuo movimento e scambio di ecofattori che alimentano di volta in volta il gruppo: il gruppo è matrice di rinascita. Ciascuno all’interno della ronda (cerchiosperimenta la propria libertà di movimento in feedback con quella degli altri, si riappropria a poco a poco della sua volontà di espressione naturale, comincia a sentire … passo dopo passo … di abitare sempre più i suoi gesti, non più intrappolati in meccaniche infrastrutture, ma gesti che scaturiscono dal suo sentire. Un sentire naturale, che muove dall’interno di noi stessi e nella sua naturalezza incontra il gesto dell’altro e si fa danza. Si fa dialogo a due. Come un bel valzer. E come la cupola naturale di lecci sotto la quale domenica 7 ottobre si è tornati a danzare la vita. Protetti questa volta da un unico ECO-SISTEMA. Quello che vuole l’uomo finalmente vicino alla sua terra, fedele alle sue radici di essere sociale e animale, attento a camminare con dolcezza sulle ossa della madreterra, curante dei suoi compagni, abitanti di un unico luogo. Ed è a loro, ai miei compagni, allievi e maestri che dedico queste poche righe ed il ricordo in queste foto delle emozioni provate assieme. E alla biodanza, movimento solidale verso la vita ,che da 7 anni ha cambiato anche la mia, di vita. E quella di tante altre persone. (Cristina Canino).

L’evento si è svolto all’interno della rassegna intitolata IL BOSCO E LA DUNA promossa dalla Regione Campania.

Un Urlo di Vita di Nietzsche. Filosofia che vive e che muove in questo grande biodanzante. 17MAG

LA POTENZA DEL CORPO “Restate fedeli alla terra!

Il corpo è la grande ragione, una molteplicità con un unico senso, un conflitto e la sua ricomposizione, un gregge e un pastore. Utensile del tuo corpo è anche la tua piccola ragione, fratello mio! Che chiami spirito un piccolo strumento da lavoro e da gioco della tua GRANDE ragione. Dici “IO” e sei orgoglioso ma più grande è, anche se non vorrai crederci, il tuo corpo e la sua grande ragione, questa non dice IO ma agisce da IO. C’è più assennatezza nel tuo corpo che nella tua assennata saggezza. E chi può dire a quale scopo il tuo corpo ha bisogno proprio di questa tua saggezza così assennata … Ci sono abbastanza persone che potrebbero abbandonarsi con grazia e spensieratezza ai propri impulsi ma non lo fanno per paura di quell’immaginario carattere maligno della natura … ecco perchè c’è così poca nobiltà tra gli uomini. Un suo carattere distintivo sarà sempre non avere mai paura del proprio Io!!!”  … Beh, c’è poco da riflettere. Danziamo …  Agiamo …!

Umanità, appartenenza e trascendenza

Noi abbiamo paura della trascendenza perché abbiamo paura dell’amore.

Lasciamola circolare.

 

Non è un caso che Rolando Toro metta la trascendenza alla fine di tutte e 5 le linee di vivencia e subito dopo l’affettività; la trascendenza è essenzialmente amore. Quando si parla di vita che scorre, è come parlare di un cuore che batte e, a questo proposito, mi viene in mente la ronda di cuori pulsanti (un esercizio che facciamo in biodanza), nella quale ciascuno di noi, attraverso le mani e le braccia, in un movimento di apertura e chiusura della zona toracica, lascia circolare l’amore, lascia scorrere la vita.

 

Il compito, se compito si può chiamare, dell’essere umano, o se missione si può chiamare, è quello proprio di lasciare circolare l’amore, circolare, come nel cerchio, lasciarlo fluire, libero, senza creare blocchi, senza creare tensioni, lasciare che vada ad abitare ogni cellula ed ogni organo del nostro corpo. Dovremmo riapprendere ad abitare la vita, ad abitare il nostro corpo, ad integrare le cose che pensiamo, che sentiamo e che poi facciamo.

 

Io credo nella circolarità dell’amore e penso che la mia apertura faciliti la tua apertura. La libertà è il profumo di questo, è il profumo della vita che scorre, del cuore che batte, di cuore in cuore, in cerchio, e non ha una struttura piramidale, verticale. La trascendenza è già nel cerchio, è prendere contatto con la terra, con il cielo, è integrarla nel cuore e lasciarla fluire, illuminarci della gioia e della grazia che questo movimento ci genera. E illuminare, farci sentire, essere presenti all’altro. Questa per me è la trascendenza.

 

Molti tendono a cercare la trascendenza al di là, ma la trascendenza è al di qua, è nel nostro corpo, nelle nostre mani, nella nostra capacità di contatto e nella nostra capacità di portarla fuori e di lasciarla circolare, qui e ora, e tra noi. A cosa serve “fare” il trascendente, rifugiarmi in una chiesa a recitare il rosario o a chiudermi in una stanza a meditare ore e ore, “om om om”, o fare tremila corsi per cercare l’illuminazione, se poi non riesco ad incantarmi davanti ad un tramonto, se getto la carta dal finestrino della mia auto, se poi mi riesce difficile intenerirmi nel vedere un bambino che prova, cadendo, a fare i suoi primi passi nella vita? Posso sentire la trascendenza se solo poggio la mia mano sul mio cuore, se poggio la mano sul petto di un compagno durante una danza, se guardo un bambino. Se resto in contatto con la vita e non mi perdo e non mi disperdo.

 

I bambini, perché sono così trascendenti? I bambini sono la trascendenza allo stato puro, allo stato innocente; essi sono trascendenti perché sono liberi, non sono ancora inquinati dalle nostre sovrastrutture, dai nostri modelli culturali, sociali, religiosi, sono ancora pronti ad accogliere, a ricevere e a sentire, e a lasciare circolare e a donarsi con spontaneità, con meraviglia, con incanto, con gioia. Perché la trascendenza è gioia. (Cristina Canino).

 

Riflettendo sulla Bellezza: Arte e Movimento solidale alla vita

 

Lo scorso giovedì 28 giugno (2012) assieme a Progetto Solidale Donne, associazione con cui collaboro, mi sono recata alla Biblioteca Comunale Labriola di San Giovanni a Teduccio (Na) per intervenire alla presentazione dei libri di tre donne, Lucia Gaeta, Maria Ronca e Michela Orsini. Conoscevo già Lucia, è stata lei stessa ad invitarmi e a chiedermi di fare da moderatrice della serata.

 

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Lucia Gaeta nasce ad Atripalda (AV) il 9 dicembre 1966 ove risiede. E’ dipendente F.M.A. - gruppo Fiat - di Pratola Serra e madre di due figli. Si avvicina alla scrittura in seguito ad una sofferta separazione col desiderio di “trasferire su carta” emozioni, sogni e stati d’animo che riescono a tenerla in vita, e savia nonostante i momenti di grande sofferenza. 

Nel suo recente ha poi partecipato ad alcuni premi di poesia e la giuria del II concorso di Poesia, “Sfumature di Donna”, le ha assegnato un inaspettato quanto gradito 2° posto. Ha conseguito invece il 4°posto al “1° premio “Festival Poesia D’Amore città di Cosenza” e il 10° posto al concorso “Il Sorriso della Poesia” con premiazione a Gragnano – Na. Sue composizioni sono presenti in diverse antologie e riviste letterarie.

Ha pubblicato nel 2010 il primo quaderno di poesie “L’alba dei miei ricordi” e nel 2011 il secondo quaderno di poesie “Schegge di vita”, editi entrambi dalla casa editrice il Papavero.

Questo è quello che troverete di Lucia scritto un po' ovunque. Ma io qui vorrei sottolineare il profondo coraggio di questa donna, il suo sguardo luminoso e sorridente, e la grande disponibilità ed umanità che ho potuto sentire sia nei miei confronti, sia in tutti quelli che le si avvicinano e la seguono. E credetemi non sono pochi! Lucia è un vulcano di idee, ed una donna di grande vitalità. Il suo invito ha suscitato ancor di più in me grande interesse a far muovere le cose a partire dal bello. Dalla poesia. Dall'arte. E anche dalla danza.                               A conclusione della serata infatti ho condotto una breve presentazione di Biodanza. E in quella ronda, in quel cerchio che si è venuto a creare con molta spontaneità, ho potuto constatare quanto poi siano la sinergia, la creatività e la passione di ciascuno ad arricchire la nostra vita. Ho conosciuto tante belle persone, alcune delle quali mi hanno anche invitato a tenere dei gruppi nei loro centri cittadini. E' a loro, a quei volti accoglienti che ho incontrato, a chi ha il coraggio di osare, di esporsi, come Lucia, Maria, Michela, a chi ancora non se la sente, perché sente che è troppo presto, a Progetto Solidale Donne, associazione veramente solidale, nella persona di Rosanna Scuotto, altra donna coraggiosa e la dott. ssa Giuliana Buongiorno, a Pasquale Musella e a tutti quelli che sentono che oggi più che mai c'è un urgente bisogno di incontrarsi per creare assieme, dedico questa mia riflessione, che è poi anche parte del “discorso” che ho fatto per dare inizio alle danze. Perché danzare non è ballare solamente ma dare significato a tutti i nostri movimenti. E in quel pomeriggio, tutti erano biodanzanti.

"Mi piace che si siano incontrate la poesia, la musica e la danza in questa frase ... Il mondo che vorrei”. Che è poi il nome dell'Associazione culturale che ha organizzato l'evento.

Le poesie di queste tre donne nascono da profondi dolori, da episodi di stalking, di violenze sottili, su cui potremmo stare qui a parlare per ore. Ma mi piacerebbe fermarmi invece proprio su questa frase. Il mondo che vorrei. Pensavo al nome di questa associazione che ci ospita e mi chiedevo? Che mondo vorremmo? Ce lo chiediamo? Quante volte ce lo chiediamo. Cosa desideriamo noi? Noi che viviamo queste violenze in modo diretto, indiretto, noi che viviamo. Qual è il senso del nostro stare qui e cosa possiamo fare per rendere più abitale questa società e questo pianeta? E quando parlo di pianeta non mi riferisco solo agli astri, al sole, a ciò che è lontano da me. Mi riferisco anche alla mia casa, alle mie relazioni, al mio corpo, alla mia vita. Ecco io credo che ciascuno di noi forse questa domanda dovrebbe farsela. Che mondo voglio ? Che mondo desidero? Lucia e la poesia sono un bell'esempio di come sia possibile tirar fuori la vita che è in noi, tante volte soffocata, tante volte non ascoltata. Partire dall'ascolto per partorire vita.


Una poesia dunque come creatura
, come questi libri creature, bambini di Lucia, Maria e di tanti altri che scrivono e ... che sono una possibilità di tirar fuori il genio che è dentro di noi, Hillmann l'avrebbe chiamato il Daimon, quello per cui noi siamo stati chiamati a vivere.
Quando io scrivo, sto trasferendo al mio pensiero, al mio sistema nervoso che comanda poi il mio braccio che scrive quelle che sono le mie sensazioni, le mie emozioni, e le sto traducendo in pensieri. In parole. In versi. Quanta creatività c'è già in questo meccanismo umano e naturale! Ora non tutti diventiamo poeti, a me per esempio piace il movimento e lavoro con questo, ma io credo che in ciascuno di noi si celi un'artista. E noi possiamo, se lo vogliamo, sentirci artefici ed artisti dei nostri atti, anche nel quotidiano.

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E allora come rendere la nostra vita un'opera d'arte? Vivendo e non sopravvivendo, mettere limiti se c'è bisogno; parlavo in altra sede dell'importanza del dire no, della giusta distanza: dove sono io, dove sei tu ... e come possiamo incontrarci. Integrare il più possibile il mio sentire con il mio pensiero. Quante volte ci ritroviamo a pensare una cosa, a sentirne un'altra e a farne un'altra ancora. In questo mondo di dissociazioni abbiamo proprio bisogno di integrarci. Non posso stare tutto il tempo, nel fare, nel fuori, ho necessità di tornare a casa, la casa che è qui, è il mio corpo, sono le mie sensazioni che mi parlano. Le mie emozioni che forse mi stanno dicendo che con quella persona io non sto così bene ... posso andare oltre. Ed esplorare ed ampliare il mio spazio vitale e accorgermi della vita che c'è intorno. Tornare a provare curiosità. 

Io guardo un oggetto, una persona, un paio d'occhi che mi piacciono ... ho la possibilità di fermarmi, di accogliere questa bellezza e di contenerla dentro di me. Poi questa bellezza anima la mia vita, il mio movimento … e va ad unirsi alla bellezza che è già dentro di me. Ed ecco che questo movimento, io la chiamo danza,ma danza significa movimento pieno di significato, va ad ampliarsi e a farmi stare meglio. Perché mi sono nutrita di bellezza, perché  l'ho contenuta, perché le ho fatto spazio. Ed io dopo mi sento più bella, più piena, più viva. E dopo cosa succede? Tutti dicono che bello che è successo? Ti sei innamorato? Sì ... mi sono innamorato della vita.

La bellezza salverà il mondo ha detto Dostoevskij ed io ci credo molto. Abbiamo bisogno di questo. Di bellezza, di tornare a sentirci vivi. Di guardare meno tv, meno spazzatura, che non significa chiudere gli occhi e far finta di niente ma partire da questa triste realtà e attivarci per creare incontri come questi, veri e non fiction, attingere alla bellezza che c'è e che ci vogliono togliere, a quella che sta dentro di noi. E di rendere la mia vita e quindi anche la vita degli altri più bella. A volte viviamo coltivando bene il nostro orticello ma dimentichiamo che il se il mio orto è ricco, un pezzo di questo pianeta che appartiene anche al mio vicino è più ricco. Quindi io sto arricchendo anche l'altro. Io sono perché noi siamo. Individualità ma anche bisogno di comunità. Di fare rete, di riconoscersi, di sentire che la mia bellezza, la mia capacità può sposarsi con quella dell'altro, che forse è diverso nel carattere ma di sicuro come me sta cercando di dare un senso alla sua vita. Di sentire la sua vita.

Lucia ha questa capacità di trasmettere vita. Di vedere il bello laddove non c'è. Di risalire la china. Io credo che questa capacità che è anche dei metalli, questa resilienza di cui si parla spesso in psicologia, come capacità di reagire di fronte a terribili traumi, ce l'abbiamo tutti. E allora forza uniamoci nella bellezza. E creiamo assieme un presente migliore. D'altronde sarebbe contento anche De Andrè nel sentire ancora una volta che è dal letame che nascono i fior..." 

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Ed ancora …

Nell'ambito di Poesia: Trasformazione di un dolore in intense emozioniUn evento organizzato dalle Associazioni "Progetto Solidale Donne" - "Pegasus" –  "La Città Possibile", in cui sono state presentate le due raccolte di poesie di Lucia Gaeta, «L'Alba dei miei ricordi» e «Schegge di vita», mi è stato chiesto di intervenire e offrire un contributo alla serata che aveva come tema il dilagare della violenza sulle donne. Di seguito riporto qui il mio discorso che poi per fortuna si è rivelato un dialogo con tutti, a testimonianza che è ancora possibile se ci si ascolta, se si ascolta, creare assieme. E creare bene. 

Alle donne e agli uomini che erano presenti dedico questo mio scritto. E anche a quelli che non lo erano.

Percepire l’altro come altro da te … come oggetto intero … come persona

C’è una grande psicoterapeuta (Margaret Malher) che ha ben descritto il passaggio evolutivo da uno stadio primitivo di simbiosi, dove io e mia madre siamo un tutt’uno, ad uno stadio di differenziazione dove io sono appunto differenziato, come qui ora, in questo momento: mi percepisco come persona, come essere umano indipendente e percepisco voi come esseri umani altro da me, e indipendenti. C’è proprio quella giusta distanza, vi sto guardando, voglio ascoltarvi; una giusta distanza che mi permette e ci permette di sentirci.

Se io metto le mani in questo modo (attaccate, incrociate), non sento più nulla, sono legata, se le metto ad una giusta distanza, io posso percepirne il calore, posso decidere di fare una cosa con la mano destra, un' altra con la sinistra o ancora posso scegliere di avvicinarle, di allontanarle, di stare in questa pulsazione. Forse quello che spesso avviene a noi donne, nelle relazioni affettive e in particolare quelle amorose, sentimentali, è questo perdere di vista questa possibilità di pulsazione, di poter stare assieme all’altro e di scegliere di stare da sole. Si entra spesso, inconsciamente in legami, in cui appunto poi diciamo “Io mi sento legata”, non posso uscire, non posso lasciarlo, come i prigionieri che hanno le palle ai piedi, dove vado? Cosa faccio? E come faccio senza di lui?

Non c’è più un cercarsi col desiderio, con la volontà ma c’è un sentirsi tutt’uno, avviene un qualcosa che molti autori definiscono “fusione patologica”, dove io non so più dove “finisco” io, e dove “comincia” l'altro e che forse semplificando può ricordare quella cosa che molti trovano romantica e che dice “Io senza di te non vivo”. No … è proprio qua che vorrei soffermarmi. Noi viviamo sempre. Noi siamo sempre in movimento, anche quando crediamo di stare ferme. C’è tutta una vita dentro. Tutto un movimento. Io mi occupo di biodanza, un sistema di integrazione psico-corporea, lo vedo con le persone che vengono da me la prima volta, “No … oddio io non so come fare … e come faccio a muovermi?….Sono un pezzo ... di legno … non mi sbloccherò mai”. Poi però attraverso l’ascolto, con un progressivo lavoro, con l’utilizzo della musica e della danza libera, riprendono il contatto con se stesse e scoprono che non solo si muovono volontariamente ma anche volentieri. Con piacere. Ecco, forse quello che manca a noi donne è quella possibilità, quel tempo, quello spazio, per ascoltarci. Anteponiamo, e di sicuro la società non ci aiuta, tutti i doveri, la spesa, i figli a scuola, la casa ...ma noi? Noi dove siamo? Cosa vogliamo? Quanto ci ascoltiamo? Cosa desideriamo veramente?

E in questo, permettimi di dirlo a noi che siamo biologicamente madri e generatrici di vita, noi ci vogliamo poco bene. Ci prendiamo cura di tutto e di tutti … ma di noi? E poi vogliamo fare le “grandi madri” e finiamo solo con l'opprimere ...

Cristina Canino 018Quanto ci vediamo e quanto ci sentiamo? E quando stiamo male, diamo ascolto a quella vita soffocata dentro di noi, che chiede solo di uscire fuori? O ci piace avere un uomo che con la scusa di proteggerci ci fa sentire prigioniere tutta una vita? Una vita che non siamo poi più in grado di scegliere come vogliamo.

Noi nasciamo con un potenziale, un patrimonio genetico immenso. Da bambine lo sappiamo bene, e i bambini ce lo insegnano, siamo vitali, quando ci innamoriamo arrossiamo che è la cosa più bella al mondo … diamo colore al nostro volto, alla nostra vita, poi cresciamo ci scopriamo donne sensuali in grado di sedurre, di conquistare l’uomo che ci piace … abbiamo quindi una vitalità, una affettività ma dove va a finire la nostra creatività? La creatività che è uno dei potenziali genetici più importanti che abbiamo a disposizione … pensiamo solo al fatto che noi creiamo vita, facciamo nascere bambini, bambini che poi diventano uomini. Figli nostri. Dove va a finire quest’atto creatore? Questa capacità di ascolto, di tenuta, di contenimento?

 La Storia di Lucia mi ha colpito molto, una donna che riscopre il suo essere donna, il suo essere umano, attraverso questo atto creativo che è la scrittura, il mettere fuori le sue emozioni e il tradurle in poesia. Perché creatività è proprio questo … è mettere fuori, è esprimersi, esprimere. Einstein è diventato un genio non perché la sua teoria della relatività se l’è tenuta lì cara cara dentro il suo cassetto ma ha avuto la genialità umana, di tirarla fuori. Lo stesso per Freud e per tanti altri. E in questo devo dire ci vuole molto coraggio … io credo che esprimersi sia già un grande atto di coraggio e per questo voglio ringraziare Lucia per questa sua creatura, per questa creazione che altro non è che un ennesimo Inno alla Vita. Alla poesia. A ciò che di bello è in noi e che rende bello il resto.

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Io sorrido, mi emoziono se leggo un libro che mi tocca, e allora perché smetto di sentire se a toccarmi poi è quell’uomo che mi porto dentro casa e non lo fa nemmeno nel modo in cui desidero io? Se non mi accarezza più? Se mi fa male?

Perché dimenticare quella vita? Perché inibire la nostra creatività ? Perché ascoltare tutte quelle persone che ci dicono “Non fare questo, non fare quello, come da bambini, su dai...pensaci bene a quello che fai.. alla fine è un bravo uomo, una brava persona … ti vuole bene”…

Ma noi? … Dove siamo? Chi stiamo ascoltando? Dov’è quella donna che vuole creare e lo può fare solo a partire dal piacere, da ciò che la fa stare bene, da un ambiente arricchente?

Sono diverse le donne per fortuna che stanno tornando alla naturalità del parto.

E di questo sono molto contenta e ringrazio mia madre per aver scelto di portarmi alla luce in casa. Dunque creare in un ambiente piacevole, nutriente, che sia di per sé generatore di vita.

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Io credo fermamente che allontanandoci da noi stesse, dal nostro profondo sentire femminile, dalla nostra sensibilità, dalla nostra ricettività, stiamo facendo uno degli omicidi più grandi, anche se abbiamo deciso di non abortire: stiamo tradendo noi stesse, la nostra vita. La nostra possibilità di dire No a chi ci fa del male e di dire di Si a noi stesse, a ciò che ci fa stare bene. E a volte forse è proprio quel No che non sappiamo dire … quella giusta distanza, e con questo torno al discorso di sopra, una giusta distanza che serve per vedere l’altro, l’altro che ci manipola, che ci fa stare male. E allora, cosa possiamo fare per questi uomini? A questo mi è stato chiesto di rispondere. Io mi soffermerei piuttosto sul cosa possiamo fare per noi innanzitutto.

Riscoprirci, trovare del tempo per tornare a sentire e non solo le lamentele della nostra vicina di casa, ma quello che abbiamo dentro. E ritrovarci, non solo il venerdì pomeriggio davanti a quello specchio del nostro parrucchiere. Solo così possiamo fare silenzio, fare spazio e ascoltare anche l’altro, accoglierlo … in questo caso, il nostro uomo, quello che abbiamo scelto e dare e dargli la possibilità di sentire i desideri, se quello che stiamo facendo è quello che vogliamo realmente, se tra noi c'è quella che in biodanza viene chiamata coordinazione ritmica, un andare assieme nella stessa direzione e allo stesso ritmo, rispettare i propri spazi, non farci invadere, in tutti i sensi.

Tornare dunque al sentire … all’empatia di cui si parla spesso, alla naturale accoglienza che noi donne ci portiamo dentro, uscire dall’egoistico monologo in cui “Io voglio che tu sia fatto in un certo modo” ed entrare in un dialogo a due, in cui io parlo ma ascolto anche te. E assieme creiamo. Co-creare.

E ancora, vivere anche la nostra parte maschile, con dignità e senza vergogna. Saper dire di no. Auto-affermarci. Mettere limiti. Essere indipendenti che non significa “Mi metto il tailleur e vado ad imitare l’uomo andando a fare il manager nella grande azienda”. Sto parlando di un fare femminile. Sentirmi forte, aggressiva che come mi insegna il latino significa avvicinarmi a …  avvicinarmi ai miei istinti, come la fame, la sete. Non reprimere tutto ciò, perché è la repressione che porta alla violenza, ma sentirci degne, e andare, camminare e non avere paura della nostra vita. La vita che abbiamo dentro e che non è lì solo quando siamo incinte, la vita che è lì da quando nostra madre ci ha messo al mondo e che chiede solo di essere espressa. (Cristina Canino)

 


 

 


Mauro Romano CV2
Mauro Romano  è nato il 20 marzo 1953 a Nola/Piazzolla  - Na - dove vive ed opera. Laureato in Materie Letterarie presso l’Università degli Studi di Salerno con tesi in Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea “Alicata e il Neorealismo”.

Ha pubblicato: “L’Amore preso sul serio” (Albatros Editrice – Roma 1982); “Scartine” (Edizione n proprio - 1983); “Lo sbarco dei sogni” (Editrice Vesuvio – Napoli 1985);  “Canzoni” (Gabrieli Editore – Roma 2000). Sue composizioni sono inserite in numerose Antologie e pubblicate su Riviste  Letterarie. Altri Inediti – in versi ed in prosa – sono di prossima pubblicazione. 

Membro  - di Merito e d’Onore –  di  diverse  Accademie Nazionali ed Internazionali - ha ottenuto premi  in numerosi Concorsi Letterari con poesie singole, racconti, sillogi  e libri editi, sia in lingua Italiana che in Vernacolo Napoletano. Tra l’altro è Cavaliere della Comunità Poetica Europea, Socio Benemerito dell’Accademia dei Bronzi di Catanzaro e Accademico “Valentiniano” per un messaggio d’amore.  

Frequentemente è  inserito in giurie di concorsi letterari e di rassegne teatrali, assumendo spesso le funzioni di critico con apprezzatissime recensioni.

E’ iscritto alla SIAE quale Autore/Paroliere della parte letteraria delle Canzoni.

Collabora con diversi Organi di Stampa trattando argomenti a carattere Sociale, Letterario, Artistico/Culturale, Sportivo - addetto stampa Pallavolo – etc ...

E’ allenatore di Calcio iscritto dal 1979 nei ranghi della Federazione Italiana Gioco calcio.

 

Sposato con Anna, è genitore di Mena e Gilda.